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Addiction Crew
Lethal
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di
Giancarlo Maero
Poker o bluff?
Ai tempi, l’aggiungere al loro nome il suffisso “Crew” non è stato per gli Addiction che una conferma formale esplicita di una vocazione crossoveristica mai venuta meno. Anche oggi gli italiani guardano a un modello certamente più americano nel loro approccio al metal, che viene come sempre vestito di dettagli, orecchiabilità e soprattutto impostazione mainstream.
Pregio e difetto al contempo è l’evidente costruzione di ognuno dei dodici pezzi in chiave di singoli, calibrati su una base potente, diretta e attuale – il crossover di passaggio millennio si sposa con accenti neometallici che ai più giovani ascoltatori statunitensi non potranno non richiamare i fenomeni di settore, Trivium e Killswitch Engage – e sulle melodie immediate a cui tanto l’elemento metal quanto le venature elettroniche sono asserviti, e il cui peso è retto in buona parte dalla cantante Marta.
Indubbiamente la scelta dei mezzi è perfettamente integrata nel target della musica hard ma di facile presa su cui le classifiche di settore sono fondate al momento oltreoceano, ma il prezzo pagato da “Lethal” e dalla ricerca ininterrotta dell’hook definitivo è la superficialità del corpus complessivo. Banalità difficilmente evitabili quando si parte da simili presupposti possono dirsi scarsamente influenti quando si tratta di un ascolto radiofonico di tre minuti e indirizzato a una ben precisa fascia di pubblico, ma la ripetizione finisce per privare di personalità e spessore un prodotto il cui eventuale successo, in definitiva, sarà legato a dinamiche che esulano dalle qualità effettive poiché di singoli costruiti sulla stessa falsariga le radio americane sono strapiene.